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17 | 10 | 2014

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Singularity University, perché ci si va e che cosa si porta a casa

Fabio Troiani: "Quello che poi si ottiene è una sintesi dei contenuti e dello spirito di come si vive nella Silicon Valley"

Nella ex-base della Nasa dove un tempo stava parcheggiato lo shuttle, a un passo dalla sede di Google e a due dalla Stanford University, Matteo Renzi ci ha messo piede verso la fine di settembre. Con un leggero ritardo, se vogliamo: a bruciargli l’ingresso trionfale alla Singularity University ci aveva pensato infatti Ignazio Marino, volato in Silicon Valley due settimane prima e anche lui transitato subito per le aule dell’organizzazione fondata nel 2008 da Peter Diamandis e Ray Kurzweil con l’obiettivo (recita la presentazione ufficiale) di “educare, ispirare e dare la forza ai leader di utilizzare le tecnologie esponenziali per far fronte alle grandi sfide dell’umanità“.

Per essere chiari: stiamo parlando delle stesse aule dove Andrea Guerra, da amminstratore delegato di Luxottica, aveva fatto organizzare un corso su misura per sé e i propri collaboratori. Un caso emblematico, visto che non troppo tempo dopo l’azienda italiana sarebbe diventata partner di Mountain View. Ora, al di là dell’indubbio fatto che scattarsi un selfie da quelle parti sia quanto di più up- to-date un decisore pubblico possa fare, che cosa succede davvero lì dentro? Una domanda che va per forza di cose girata a chi ci ha passato più di un pomeriggio. “La gente viene mandata dalla propria azienda, oppure la scopre per passaparola e ci va per curiosità. Quello che poi si ottiene, è una sintesi dei contenuti e dello spirito di come si vive nella Silicon Valley“, riassume Fabio Troiani (...).